#storieinpausa

Storie in Pausa è un progetto di social reportage nato dall’esigenza di Caritas Bergamasca di raccontare la vita e la realtà dei richiedenti asilo (che, solo in quell’area, sono circa 1500), di informare e di stimolare un dibattito aperto sul tema dell’accoglienza.
Il progetto è stato ideato e sviluppato da TPTS: partendo dall’idea del richiedente asilo come essere umano “in attesa” (del giudizio di una Commissione Territoriale), la raccolta di interviste e storie è stata estesa anche agli operatori dei centri d’accoglienza, ai mediatori, ai fornitori, ai formatori, per raccontare nel modo più ampio e vario un mondo su cui c’è poca informazione (e molta disinformazione).
Le storie sono state trasformate in contenuti web e pubblicate su un blog e una pagina Facebook, che nell’arco di cinque mesi ha attirato l’attenzione di decine di migliaia di persone e ospitato centinaia di commenti.

In Italia si trovano circa 200.000 migranti. Aspettano l’esito della loro richiesta di asilo: un’attesa che può durare mesi, a volte persino anni.


“Sono qui da un mese, il 13 aprile sono arrivato in Italia”, racconta Sambujang mentre fuma una sigaretta. Il modo di fare è quello gentile e debole di un bambino molto piccolo, un atteggiamento che quasi commuove perché contrasta con il suo essere un uomo di 32 anni. “In Gambia mi occupavo di politica, ero uno «youth mobilizer»”, spiega, “Mobilitavo le persone per convincerle ad unirsi a noi dell’UDP -United Democratic Party- nella lotta contro il governo”.


Alpha è nato a Daouadi, un piccolo villaggio vicino alla città di Tambacounda, nel sud-est del Senegal; con la vista aerea di Google Maps si vede solo un pugno di case raccolte intorno a un edificio che ha tutta l’aria di essere una piccola moschea.
“Ho sempre lavorato la terra, nei campi di cotone, insieme a mio papà e molte altre persone. Si lavorava tutto il giorno: è un lavoro faticoso. Quando finivo mi piaceva giocare a pallavolo con gli amici del villaggio”.


Per gestire i centri d’accoglienza più grandi possono servire più di 20 persone: operatori diurni e notturni, infermieri, manutentori, coordinatori, insegnanti di italiano.


“Quando arrivano qui e vedono la neve dicono: «Cade dal cielo o arriva dalla terra?». E poi vanno a toccarla per sentire com’è fatta”, racconta Chiara, coordinatrice del centro d’accoglienza di Lizzola, probabilmente il più in quota di tutta Italia (e forse addirittura d’Europa): 1250 metri sul livello del mare.


“Lavoravo in una ditta che è fallita”, ci racconta Maurizio, operatore notturno di un centro d’accoglienza, “facevo costruzioni metalliche. Un giorno ho parlato con Rami, uno degli operatori del centro, che m’ha proposto questo lavoro. Era un mondo molto lontano da me ma ho detto «Proviamo». Le prime settimane, essendo un lavoro diverso, un posto totalmente diverso, ho avuto qualche difficoltà a relazionarmi. Un po’ per le differenze culturali, ma soprattutto per l’inglese, che non conoscevo molto bene”.


“Ci vogliono tempo e sensibilità per ascoltare: a volte i migranti si raccontano dopo mesi, a volte mai.”

Chiara, coordinatrice


“Lavoro qui da metà giugno. Prima lavoravo come metalmeccanico a Verdellino, prima ancora studiavo a Milano”, ci spiega Yusupha, operatore notturno del centro d’accoglienza di San Paolo d’Argon. Yusupha ha 31 anni e viene dal Gambia: è stato incarcerato per alcuni mesi a Malta, perché non voleva fare richiesta d’asilo lì ma arrivare in Italia. La sua famiglia (mamma e fratelli) si trova in Gambia. Ha studiato informatica all’università, e ha lavorato sia in Gambia che a Malta in questo settore, “Facevo inserimento dati”.


“Secondo me non ha senso avere metà del mondo che si può muovere e metà che no. Forse è un sogno fantapolitico, ma penso che bisogni dare a tutti la possibilità di mettersi in gioco: perché un italiano può andare in Inghilterra a cercare lavoro e un maliano non può venire in Italia, o andare in Francia, o in Canada?”


“Ai ragazzi dico sempre: «Voi siete ricchi solo di una cosa. Di tempo». Essere in pausa ha dei lati negativi, ma puoi sfruttare bene il tempo a disposizione, e il volontariato è il modo migliore per costruire relazioni con le persone che poi un domani possono tornare utili.”

Francesco, coordinatore


“Cerco di avere sempre un approccio umano con i richiedenti asilo, a volte durante le lezioni discutiamo della loro situazione e mi accorgo che ci sono cose di cui è difficile parlare, per esempio quando insegno i nomi dei componenti della famiglia ad alcuni dico di inventare, perché so che hanno perso dei familiari. Bisogna sempre applicare un filtro affettivo”.


Siamo stati a fare la spesa con Isaac e Camara, due ospiti del centro d’accoglienza della Castagneta (Bergamo): hanno preso una cassa di latte (24 confezioni), 8 confezioni di biscotti frollini da 1,5 kg, 11kg di zucchero, 10 di pane, 5 confezioni di tè earl grey.
“Può sembrare strano, ma fare la spesa è importante”, ci ha detto Sara, operatrice del centro, “Non è solo questione di utilità pratica. È un modo per i ragazzi di confrontarsi con la loro nuova realtà e imparare a gestire un budget”.

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